COMUNITA' PROVVISORIA

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CAIRANO 7x 2011………LA FESTA …della leggerezza del pensiero e del cuore!

« Se la musica è l’alimento dell’amore, seguitate a suonare,
datemene senza risparmio, così che, ormai sazio,
il mio appetito se ne ammali, e muoia.”
W.Shakespeare

La festa di Cairano 7x 2011 ( microcosmi eccellenti,borgo giardino,i giorni di S.Leone, la rupe dell’utopia ) rispecchia lo spirito leggero,provvisorio,creativo che vuole espressamente evitare finalità,modelli,formalismi già consumati nel passato.” Un luogo per chi ha due minuti tra le dita per sè”.Un luogo dove si possa comunicare e “conversare non sotto il peso delle nostre parole e dove si possa passeggiare con la naturalezza e la leggerezza di un passero sopra il ramo” .Dove viviamo la vita e …noi che ci conficchiamo in essa istante per istante”…Ho preso in prestito le parole leggere e profonde di Franco per dare il senso di “ciò che non siamo e non vogliamo”. Cairano è uno spazio aperto di libertà,di possibilità,di occasioni, di identità singolari ed autentiche,di espressioni ,di doni,di atti e pensieri politici nello spirito del confronto e dell’incontro ‘in comune’. “Nessun vento è favorevole per chi non conosce il porto”. Scriveva Seneca in età precristiana se pur per definire una etica soprattutto umana e lontano dalle prescrizioni cristiane.Noi abbiamo la presunzione e la modesta di andare ‘oltre’ alle morali antiche e moderne e cominciare una nuova storia e modalità di vivere se stessi e il proprio territorio.
Una “Festa” per noi non è un ‘porto’ in cui stabilire preventivamente e prospetticamente ciò che è possibile fare e non fare in essa,ma sapendo che ciò che si fa e si dice può essere disfatto, reso inoperoso e provvisorio,liberato,sospeso e sopratutto liberato da un “progetto” rigido e strutturato e economicamente definito,non contrapposto alle logiche egli scopi dei giorni “feriali”,operosi e produttivi. E’ un fare e un non fare come caso estremo di sospensione. Non ci sono fini, strenne,regali,oggetti d’uso e di scambio .Bisogna ridare senso alla categoria di “festosità” sganciata dalla ritualità,dalla ripetitività,dalla progettualità come attributo del pensare,dell’agire e del vivere. Recuperare la perdita del senso e la voglia di ‘festosità’ per non rischiare di danzare senza la musica. Una festa che non diventi progetto razionale e necessariamente ‘ingessato’ ma neanche che sia ‘liquido’,’mitico’o ’sacro’.
Una Festa degli “inoperosi e provvisori” strappati all’egemonia dell’economia…in cui le relazioni sociali vengono invertite. Leader-popolari e popolo-leader….sovranità ai Re buffoni,ai Clowns e ai poeti a dispetto di Platone e alla tirannia della Ragione.Una disattivazione dei valori e dei poteri costituiti non come concessione temporanea ma come assunzione mentale e culturale.
Una festa della musica e della danza come liberazione del corpo dai suoi movimenti utilitari ma esibiti nella loro pura inoperosità ,leggerezza e gioco….senza ‘maschere carnascialesche” come neutralizzazione del volto e delle persone reali,autentiche e profonde.
Abbiamo bisogno di comunicare ’significanti’ con valore simbolico o strutturale zero e promuovere azioni,pensieri,idee, sensazioni,sentimenti e cose umane che la “Festa” svuota alleggerisce,rende inoperose,provvisorie per evitare ‘istituzionalizzazioni’ che separano,pietrificano, ricodificano,formalizzano nei classici dispositivi rituali e cerimoniali.
Una Festa dell’arte….. l’arte che apra all’infinito il mondo della significazione: colore, ritmo, profumo, pesantezza, profondità, spessore… Per liberare questa molteplicità nell’unità occorre saper mettere fine a una certa idea di arte romantica con la maiuscola. Ci sono le arti e, con esse, i sensi , il senso dei sensi, e la tecnica, di cui l’arte non è che la traduzione. Questo e gli altri temi concorrono ad affermare che è proprio con le arti che il senso del mondo e la nostra idea di esso sono rimessi in gioco.
La festa della “poesia”…….Le Muse come “genius loci” che circolavano secoli fa per le nostre terre grecizzate prendono il loro nome da una radice che indica l’eccitazione, la tensione viva che s’impenna, si fa impazienza, desiderio o collera, che arde per sapere e fare. Secondo una versione pacata, diciamo: “i movimenti dello spirito” (mens ha la stessa origine). La Musa anima, solleva, eccita, mette in movimento. Vigila più sulla forza che sulla forma. O meglio: vigila con forza sulla forma. Ma tale forza erompe in diverse forme. Si dà, improvvisamente, in forme multiple. Ci sono le Muse, non la Musa. Il loro numero è stato variabile, come i loro attributi, ma le Muse sono sempre state più d’una. È questa origine multipla che deve interessarci, ed è anche la ragione per la quale le Muse, come tali, prestano solo il loro nome, questo nome improvvisamente moltiplicato, così da dare un titolo alla domanda: perché ci sono più arti e non una sola?
La Festa in fine come festa di una comunità e per la Comunità.
Se ci soffermiamo sul significato della parola «comunità», ci accorgiamo che essa è riconducibile, in definitiva, ad un duplice senso: ciò che è in comune ed essere-in-comune.
Se vogliamo, possiamo considerare ciò che è in comune come l’oggetto materiale del vissuto, la comunità stessa o, più precisamente, tutte le sue componenti che devono essere messe in comune. L’essere-in-comune rappresenta invece la modalità di esistenza del libero individuo che partecipa direttamente, insieme agli altri, a ciò che è in comune.
Una festa per scoprire praticare una “dimensione plurale del collettivo”
È proprio questa dimensione plurale del collettivo (o dei senza comunità) ad essere particolarmente interessante dal punto di vista politico. In questa “molteplicità” si intravede una dimensione in cui la persona non è separata dalla vita, o da se stessa, ma coincide con essa in un sinolo inscindibile di forma e forza, di esterno e d’interno, in cui il soggetto è finalmente norma a se stesso e non deve nulla ad istanze esterne e prescrittive. In altre parole, un unicum, o singolarità, che coniuga il singolare e il plurale nella stessa persona.
Vogliamo vivere nella Festa una idea di “comunità dei senza padri” (e dei senza madri). Correndo anche i rischi di una società anomica, popolata da singolarità anarchiche ed irresponsabili. Per evitare invece un ritorno ai valori consumati , alla personalizzazione della morale e della politica. Il pericolo più grande è invece proprio questo: richiudere la vita nei confini giuridici, vincolandola al dispositivo trascendentale della legge e della ragione, auspicare un conflitto tra una sorta di costituzione materiale e la sua costituzione giuridica, al fine della nascita di una coscienza (che è il sintomo dolente dell’assoggettamento dell’individuo alla legge), in attesa del ritorno dei padri e delle madri.
Le “comunità dei senza comunità” lo fanno costruendo patchwork (insiemi di singolarità e di molteplicità) che non hanno nostalgia delle forme personali della politica (familiari, autoritarie, corporative) e che si cimentano nella sperimentazione di programmi singolari, originali ed autentici.

mauro orlando

Written by Mercuzio

17 giugno 2011 a 5:45 pm

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