COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

……siamo marinai approdati nei monti…..

” La casa sul confine della sera
oscura e silenziosa se ne sta
respiri un’aria limpida e leggera
e senti voci forse d’altra età”
da Radici

….montagna ,letteratura,avventura: questi i temi portanti della quinta edizione  di “Letteraltura”  a cui sarà presente come ospite Franco Arminio…….

di Michele Serra

Gli Appennini sono un rastrello interminabile di basse vallate, una via l’altra dalla Liguria a Scilla. La dif-ferenza fondamentale con le Alpi è il turismo quasi assente: qualche seconda casa, un po’ di trekking,gente a cavallo, osterie dalla cucina robusta, rare piste da sci poco assistite dalla neve non sono bastati a bilanciare l’esodo di massa del dopoguerra. Di ogni paese (Pàvana inclusa) si leggono cifre impressionanti, con le migliaia di abitanti che sono diventate centinaia. Qui c’era la scuola, qui l’ambulatorio, qui una segheria, ora le ortiche e la vitalba si mangiano pietre e mattoni. L’abbandono è il segno dominante degli Appennini, disgrazia e fortuna. La sensazione del tempo immobile esalta oppure opprime, a seconda di quello che si cerca. Il colpo d’occhio è spesso ombroso fino alla cupezza: difficile imbattersi nei paesaggi luminosi dei colli toscani, o della Langa. Si può camminare giornate intere senza incontrare un’anima, sapendo che a parte le robinie (immigrate da un paio di secoli) e la lince (scomparsa) vegetazione efauna sono quasi le stesse di sempre.Come ci si perde in Appennini non ci si perde da nessuna parte,senza alte vette a fare da bussola allo sguardo, e in una vastità di boschi e di calanchi poco antropizzata e solcata da strade vecchie e strette. Ma all’alba o al tramonto, al margine dei campi di erba medica o delle faggete, qui è consueto incontrare l’i-strice, il tasso, il cinghiale, la volpe, il capriolo, il daino, il cervo, il ghiro, lo scoiattolo, la donnola, la faina, e se hai fortuna anche il lupo, che dagli Abruzzi ha compiuto in una ventina d’anni il suo viaggio di ritorno. Non so cosa sarebbe della fauna selvatica italiana senza gli Appennini. Semi-abbandonati dall’uomo, sonotornati la patria delle bestie. L’uomo per ultimo cerca di risalire i crinali dai quali i nonni fuggirono per povertà e per voglia del moderno. Gli esiti non sono sempre fausti. Per ogni castagneto recuperato alla produzione, per ogni casale di pietra ristrutturato a regola, ci sono dieci villette geometri li di quelle che ispirarono a Gadda le acri pagine sull’architettura brianzola. Il muro di sasso, che dell’estetica appenninica classica è l’elemento di base, comincia solo negli ultimi anni a tornare d’uso comune, dopo mezzo secolo di desuetudine perché le ca-se di sasso ricordavano fame, freddo, buio, l’umidità che storce le ossa, il nerofumo. È frequentissimo vedere la vecchia casa di sasso abbandonata al suo destino, e a fianco la casa nuova, iden-tica a quelle delle periferie di città, con gli infissi in alluminio, il portico bianco ad archi, e certi intonaci lustri che li vedi a chilometri di distanza. Mentre il sasso lo vedi solo quando gli sbuchi davanti, è mimetico, è esso stesso Appennino. I cittadini che risalgono per cercare un nuovo rifugio e a volte un nuovo destino devono fa-re attenzione a non offendere gli indigeni, ai quali le case nuove paiono linde e decorose quanto quelle vecchie parevano muffite e malsane. Si impara la delicatezza, si impara a tenere sotto controllo l’alterigia dell’inurba-to che risale a dare lezioni e a far valere il reddito superiore. I più fortunati, come Guccini, hanno già nei ricordi d’infanzia, nel Dna montanaro, la chiave per farsi accettare come «uno di qui». I nati in città come me cercano di fare poco rumore e non farsi notare troppo, se non vogliono spaventare le bestie e indisporre i nativi, che so-no a casa loro, perdinci, e ti accettano solo quanto ti vedono con la schiena piegata a pulire l’orto, o con il decespugliatore a tracolla, a battagliare con il rovo e la vitalba, e con la spalla che duole per la fatica.

Written by Mercuzio

23 giugno 2011 a 5:32 pm

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3 Risposte

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  1. Io sono il mare. A volte faccio paura agli uomini. A volte placo gli animismo. Sono fatto così. Sono tutto liquido che avvolge e soffoca. Ma so essere anche accogliente. Su di me volano gabbiani ed aquiloni. E dentro di me creature di ogni razza e colori vivono leggeri. C’è chi si rifugia. C’è chi feroce sbrana. C’è chi gioca saltando tra le mie onde. Tutti vivono beati. Non ho colore me lì presta il cielo. Sono fatto di tante gocce d’acqua e cristalli di sale che restano ad aspettarle quando riacadano dal cielo. io sono il mare dove la sera va a dormire il sole e nasce se gli gira la luna.

    nanosecondo54@alice.it

    24 giugno 2011 at 8:46 am

  2. lezione di etica ed estetica per mio figlio andrea (mare monti ed immagini del sentimento che non mente) : https://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/03/28/sentimenti-d%e2%80%99immagini/

    nanosecondo54@alice.it

    24 giugno 2011 at 9:25 am


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