COMUNITA' PROVVISORIA

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La Comunità provvisoria e…….i suoi nemici

………il titolo è provocatorio nello spirito libero e critico  di Karl Popper  per il suo famoso libro “La società aperta e suoi nemici”

…….un accorato appello a tutti i ” comunitari della prima,seconda e ultima ora ” a non disertare e abbandonare  questo spazio di libera,autonoma ,responsabile e ….provvisoria democrazia e pluralismo…….

…….chi ha permesso che la “prua dell’utopia” venisse scaraventata giu dalla rupe di Cairano aveva lanciato un “segno e avveritimento premonitore” ??????. Il fatto grave  non sono gli autori presunti o palesi ma il silenzio drammatico di tutti “i comunitari  se pur provvisori o stabilizzati   per ” un “dono” vilipeso ed offeso  per tutti i cairanesi……..a proposito di “dono” voglio testardamente ripoporre un mio vecchio testo sul concetto di “dono-munus” come costituente  strutturale  di idea e pratica di qualsivoglia COMUNITA’………che voglia vivere,pensare e vivere la propria terra mentale e fisica…….come “dono” generoso e gratuito e non come “possesso”…..o peggio “potere”.

Comunitas

 Non dobbiamo mai pensare  ad  una  “società” come la metafora  in cui la ‘finzione’ è parte determinante della vita, non abbiamo più l’ardore  di “costruire” nuove  piccole ‘pòlis’…..o  il desiderio di costruire  “nuovi mondi” o cercare “isole felici”….. nel frattempo viviamo ancora le città almeno  come sinonimo di influenze culturali,sociali  ed economiche, ma soprattutto non amiamo  le nuove città come ‘parco a tema’, o ‘luogo-non luogo affollato di vite assurde o come elaborate  aberrazione o sperimentazione architettoniche  e sociale.L’immaginario urbano  oggi ci appare costantemente in bilico tra realtà e il suo doppio,tra copie ed originali, tra pensiero critico e deriva surreale. La ricerca e la pratica dell’architettura  più “creativa e spregiudicata” si è assunto il compito culturale ed economico di essere il laboratorio  paradossale  per il trattamento sanitario della “coscienza infelice” occidentale e non solo, dell’uomo-massa forgiato dalla prima catena industriale di Henri Ford e le  finzioni per sequele di immagini di Walt Disney.Quantomeno si è cercato di dare  un improbabile risposta e cura agli incubi sociali  e alle ossessioni  intellettuali di Karl Marx quando paventava  e teorizzava il feticismo delle  merci e il loro assumere valore di essere viventi e il loro naturale destino di diventare semplici  oggetti d’uso. Non è  profezia, paura o demonizzazione  di una finanza cinica e spietata che rende punta vitale  della società del lavoro e del profitto una macchina ludica per il business dell’intrattenimento  come vita svuotata  ed inautentica. Contavvenendo in questo modo  a tutte le domande inevase e  senza risposte che l’ “io” occidentale  aveva drammaticamente posto attraverso la cultura filosofica e letteraria alla ricerca di una sua possibile identità e senso  dopo lo smarrimento postmetafisico e un progetto democratico sempre più alienato e massificante.

Nelle nostre esperienze associative   noi proporremo , la “vita individuale-comunitaria” come modello non ideale ma reale e concreto nei “piccoli paesi dalla grande vita”.A patto che ne vivremo i racconti, ascolteremo le proposte e le analisi, valuteremo le economie  in cerca di “piccoli paesi” e i territori preservati alle paure e abituati alle solitudini attive. Non ci limiteremo sottolineare gli stili di vita delle nuove “città metropolitane e  diffuse” e i sui malesseri , cercando retorici e consumati  confronti e  e sottolinendo le contraddizioni.Solo di fronte ai vari conflitti dei caos urbani e dei vuoti dei non-luoghi, alle anonime e inespressive facce dei nuovi agglomerati urbani, vogliamo pensare  alla vita nell’apparente mutevolezza dei sentimenti e delle passioni  e alle possibili trame  sentimentali  e cognitive di una comune provvisoria natura umana. Nel sentimento e nel sogno osiamo  pensare di generare  l’originario ed autentico senso espressivo della memoria, del ricordo,delle immaginazioni e  delle piccole storie umane,di un possibile pensiero ed azione. Vorremmo vivere  per sette giorni un senso e un tempo di vita che non è un accidentale e casuale variabile ma cercare di farla diventare una spinta estetica,filosofica,poetica ,conoscitiva,comunicativa per continuare il viaggio intrapreso l’anno passato. Possiamo azzardare  di pensarlo ,questo originale viaggio, come una “esperienza politica”? A patto di pensarlo e viverlo  non come promesse alla società degli uomini di nuove utopie e vecchi  recinti  identitari ma come  possibile esperienza  per il controllo del proprio destino  individuale-comunitario attraverso la rivitalizzazione degli spazi naturali e sociali e di varie ed eventuali  risposte alle tante domande essenziali e fondamentali rimaste inevase.

“immunitas”

La democrazia in cui viviamo è un sistema costruito secondo una logica “immunitaria”, che rende cioè immuni i suoi membri dal pericolo di contaminarsi con tutto ciò che vi è di esterno, di estraneo? Siamo tutti, per natura, lanciati in una corsa all’affermazione di sé che vive il rapporto con l’altro come un ostacolo o, al più, come uno strumento?

.Discorso preliminare è quello di evitare ‘pensieri deboli’,’praticismi agnostici ’,’antintellettualismo strapaesano’, ‘pigrizie e parassitismi mentali”, “sagre del luogo comune” ecc. Per tornare a noi ,la nostra esperienza ha  la necessità di affermare l’originarietà della relazione, della comunità, scardinando l’immagine che abbiamo di noi stessi come individui che si costruiscono prima ed indipendentemente dalla relazione con l’altro. Agiscono immunitariamente – scrive il filosofo Roberto Esposito-“ da una parte …. tutti gli apparati istituzionali, a partire dallo Stato, dalle forme giuridiche. Dall’altro, tutte le organizzazioni territoriali, le comunità etniche identificate da un elemento comune, sia esso il territorio, la lingua, la religione, la cultura. Questi gruppi, culturalmente o territorialmente definiti, tendono a chiudersi, ad immunizzarsi rispetto all’esterno”.
Il problema quindi non nasce insieme allo scontro locale-globale ma le categorie mentali della nostra cultura occidentale sin dalla polis greca ad oggi si è accresciuta la paura dell’altro e con essa l’esigenza di sicurezza, la spinta a proteggersi da pericoli reali o apparenti. Oggi la paura è paura dell’emigrato come “specchio scomodo” del nostro sentici sradicati, periferici, esuli,incompresi …scomodi.
Scrive ancora Esposito: “ Si instaura una dialettica speculare tra sé e l’altro, dove l’altro assume i caratteri del sé e dunque ci rispecchia, e ci ricorda la nostra stessa alterità. Il sè, infatti, porta dentro questo carattere di perenne sradicamento, come diceva Simon Weil, che nella modernità ha cercato di cancellare con una dialettica distruttiva di sè e dell’altro.
L’esperienza  comunitaria  diventa in questo caso  importante teoreticamente importante a livello individuale  come rieducazione dello sguardo,della mente e del cuore  aperti verso l’altro come persona e come territorio e socialmente e politicamente pensando alla “comunità” come lo spazio e l’occasione  della  “ relazione come origine” che non deve scomparire ma essere praticata. Si tratta di tornare ad essere consapevoli  della necessità di rafforzare e praticare  tale natura comunitaria  contro tutti quelli che  vogliono iniettarci il veleno dell’immunità ricreandoci ‘ nobili radici’ improbabili a copertura delle nostre paure  probabili. Credo sia necessaria continuare nell’esperienza e nel tentativo di  una svolta culturale dove “i morti seppelliscono i morti” e curare  a fatica un sentimento e una idea  di identità  non con la faccia rivolta al passato non più come realtà chiuso dentro un recinto di una ‘pòlis’ che ci impone  fondamenti di ‘stanzialità’ ma che ci costringa all’apertura .alla socialità  di una ‘motilità’ difficile ma ricca emotivamente  e socialmente nella cifra della molteplicità e delle differenze. Si tratta di partire da una ridefinizione e una pratica  del soggetto, dell’identità, del corpo individuale e comunitario. In realtà noi siamo un costrutto che si evolve continuamente nel rapporto con l’ambiente, e non esiste dunque una autentica identità bloccata in sé né dalle radici e nemmanco dal suo sviluppo storico .E in questo modo che ci mettiamo sulla strada anche di una idea e pratica della libertà propulsiva (altruista e plurale nella insicurezza) e non reazionaria ( auto padrona e auto protetta nella sicurezza).E’ la relazione l’origine dell’esitenza e della molteplicità e pluralità di ciò che cresce in comune
“L’antitesi che la modernità ha costruito tra libertà e comunità- scrive Esposito-  è il segno dell’immunizzazione di un’idea che era all’origine dotata di un senso molto più ampio. La libertà è nel comune” …….o è altro che non deve interessarci.

Written by Mercuzio

6 luglio 2011 a 7:35 am

Pubblicato su Mauro Orlando

2 Risposte

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  1. Il Battello Ebbro (Omaggio a Rimbaud)

    Mentre discendevo i Fiumi impassibili,
    Non mi sentii più guidato dai bardotti:
    Pellirossa urlanti li avevano bersagliati
    Inchiodandoli nudi ai pali variopinti.

    Ero indifferente a tutto l’equipaggio,
    Portavo grano fiammingo o cotone inglese.
    Quando coi miei bardotti finirono i clamori,
    Mi lasciarono libero di discendere i Fiumi.

    Nello sciabordio furioso delle maree,
    Io l’inverno scorso, più sordo del cervello d’un bambino,
    Correvo! E le Penisole andate
    Non subirono mai sconquassi più trionfanti.

    La tempesta ha benedetto i miei marittimi risvegli.
    Più leggero di un sughero ho danzato sui flutti
    Che si dicono eterni avvolgitori di vittime,
    Dieci notti, senza rimpiangere l’occhio insulso dei fari!

    Più dolce che per il bimbo la polpa di mele acerbe
    L’acqua verde filtrò nel mio scafo d’abete
    E dalle macchie di vini azzurri e di vomito
    Mi lavò disperdendo l’ancora e il timone.

    E da allora mi sono immerso nel Poema del Mare,
    Intriso d’astri, e lattescente,
    Divorando gli azzurri verdi; dove, relitto pallido
    E rapito, un pensoso annegato a volte discende;

    Dove, tingendo a un tratto le azzurrità, deliri
    E ritmi lenti sotto il giorno rutilante,
    Più forti dell’alcol, più vasti delle nostre lire,
    Fermentano gli amari rossori dell’amore!

    Conosco cieli che esplodono in lampi, e le trombe
    E le risacche e le correnti: conosco la sera,
    L’Alba che si esalta come uno stormo di colombe!
    E a volte ho visto ciò che l’uomo ha creduto di vedere!

    Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori,
    Illuminare lunghi coaguli viola,
    Simili ad attori di antichissimi drammi,
    I flutti che lontano rotolavano in fremiti di persiane!

    Ho sognato la verde notte dalle nevi abbagliate,
    bacio che sale lento agli occhi dei mari,
    la circolazione di linfe inaudite,
    e il giallo risveglio e blu dei fosfori cantori! […]

    Ho visto fermentare enormi stagni, reti
    dove marcisce tra i giunchi un Leviatano!
    Crolli d’acque in mezzo alle bonacce
    e in lontananza, cateratte verso il baratro!

    Ghiacciai, soli d’argento, flutti di madreperla, cieli di brace!
    E orrende secche al fondo di golfi bruni
    dove serpi giganti divorati da cimici
    cadono, da alberi tortuosi, con neri profumi! […]

    Quasi fossi un’isola, sballottando sui miei bordi litigi
    e sterco d’uccelli, urlatori dagli occhi biondi.
    E vogavo, attraverso i miei fragili legami
    gli annegati scendevano controcorrente a dormire!

    Io, perduto battello sotto i capelli delle anse
    scagliato dall’uragano nell’etere senza uccelli,
    io, di cui né Monitori né velieri Anseatici
    avrebbero potuto mai ripescare l’ebbra carcassa d’acqua

    libero, fumante, cinto di brume violette.
    o che foravo il cielo rosseggiante come un muro
    che porta, squisita confettura per buoni poeti,
    i licheni del soie e i moccoli d’azzurro;

    io che correvo, macchiato da lunule elettriche,
    legno folle, scortato da neri ippocampi,
    quando luglio faceva crollare a frustate’
    i cieli oltremarini dai vortici infuocati;

    io che tremavo udendo gemere a cinquanta leghe
    la foia dei Behemots e i densi Maelstroms,
    filando eterno tra le blu immobilità,
    io rimpiango l’Europa dai balconi antichi!

    Ho veduto siderali arcipelaghi! ed isole
    i cui deliranti cieli sono aperti al vogatore:
    E’ in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esìli, milione d’uccelli d’oro, o futuro Vigore?

    Ma è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
    Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
    l’acre amore m’ha gonfiato di stordenti torpori.
    Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

    Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
    nera e fredda dove verso il crepuscolo odoroso
    un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia
    un fragile battello come una farfalla di maggio.

    Non ne posso più, bagnato dai vostri languori, o onde,
    di filare nella scia dei portatori di cotone,
    né di fendere l’orgoglio di bandiere e fuochi,
    e di nuotare sotto gli orrendi occhi dei pontoni.

    Nanosecondo

    6 luglio 2011 at 12:38 pm

  2. anch’io sinceramente non ne posso più di tutta queta ipocrisia … ed anche la mia chiglia è esplosa……che tristezza a vedere la punta del nostro battello ebbro li sulla rupe a giugno affondata ….. che tristezza nel cuore…….. per aver lasciato all’incuria la nostra nave…….. ora spero che non muoia anche il capitano……..ai poster mio caro angelo mercuzio,……non solo tuoi ma tutti quelli che hanno creduto a questa nostra utopia della rupe e che qui come le sirene non cantano neppure più il loro canto……… incantati dal silenzio “ebbro” dei batelli …sbattute anch’se dal vento della ragione e dai tormenti della bufera sugli scogli …. oh Capitano Mio Capitano!

    O capitano! Mio capitano!

    il nostro viaggio tremendo è finito,
    La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto,
    Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante,
    Gli occhi seguono la solida chiglia, l’audace e altero vascello;
    Ma o cuore! cuore! cuore!
    O rosse gocce sanguinanti sul ponte
    Dove è disteso il mio Capitano
    Caduto morto, freddato.

    O capitano! Mio capitano! àlzati e ascolta le campane; àlzati,
    Svetta per te la bandiera, trilla per te la tromba, per te
    I mazzi di fiori, le ghirlande coi nastri, le rive nere di folla,
    Chiamano te, le masse ondeggianti, i volti fissi impazienti,
    Qua capitano! padre amato!
    Questo braccio sotto il tuo capo!
    È un puro sogno che sul ponte
    Cadesti morto, freddato.

    Ma non risponde il mio capitano, immobili e bianche le sue labbra,
    Mio padre non sente il mio braccio, non ha più polso e volere;
    La nave è ancorata sana e salva, il viaggio è finito,
    Torna dal viaggio tremendo col premio vinto la nave;
    Rive esultate, e voi squillate, campane!
    Io con passo angosciato cammino sul ponte
    Dove è disteso il mio capitano
    Caduto morto, freddato.

    Walt Whitman

    Nanosecondo

    6 luglio 2011 at 12:46 pm


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