COMUNITA' PROVVISORIA

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di Gerardo Vespucci

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Sabato 16 ottobre 2010 _ ex Fornace di Sant’Andrea di Conza / / / Colori d’Autunno : Nuova stagione di seminagione culturale / Mostra di pittura del maestro armeno Khachik Abrahamyan  / Contributo al dibattito

Divido questa mia riflessione in cinque parti con l’impegno a non superare i dieci minuti, correndo vari rischi di incompletezza, approssimazione ed oscurità.

1.   Una premessa di carattere generica sull’impresa culturale in Italia e, più nello specifico,  a Sant’Andrea

2.   L’arte contemporanea. Significati generali ed ambizioni

3.   L’arte contemporanea degli artisti  armeni

4.   Il valore didattico e formativo per i giovani  di eventi artistici di questo tipo

5.   Conclusioni   provvisorie

Una premessa sull’impresa culturale in Italia e a Sant’Andrea

In un’intervista a Radio3 Rai di giovedì scorso, Walter Santagata, grande esperto di politiche culturali ed autore tra l’altro di testi come Patrimonio culturale e cultura materiale,commentava, con non celato rammarico, la grave affermazione del Ministro Tremonti “la cultura non si mangia”, con la quale quest’ultimo ha liquidato le pur tardive proteste del Ministro Bondi  ai tagli alla cultura.

Santagata ha dovuto, invece, ricordare che in Italia lavorano nel settore culturale ben 2 milioni ed 800 mila persone: dai musei, al design, dalla pubblicità al software, dalle mostre all’industria editoriale, dal teatro al cinema e così via, senza parlare di Scuola, Università e ricerca.

Penso che questo dato da solo possa mettere fine alla stucchevole riproposizione, nel terzo millennio, del carmina non dant panem di medievale memoria.

Al contrario, tutto spinge a dire che un significativo elemento della crisi italiana, economica ma soprattutto morale, consiste proprio nell’incapacità di trasformare tutto ciò che chiamiamo genericamente cultura in risorsa: eppure è a tutti noto che da solo, il patrimonio museale dell’Italia corrisponde ad oltre la metà dell’intero patrimonio mondiale: e noi continuiamo a non avere una visione adeguata per utilizzarlo!

A tal riguardo, ho spesso dovuto richiamare la mia personale esperienza in Irlanda, nell’ormai lontano 1993, allorquando ad un gruppo di insegnanti italiani e spagnoli, gli irlandesi presentarono un sito archeologico con all’interno un parco della preistoria.

Era davvero straordinario, attrezzato di punti ristoro, di spazi per la didattica; ci offrirono persino della carne cotta alla maniera degli antichi uomini primitivi: c’erano centinaia di visitatori paganti e gaudenti. Ebbene, dov’è il punto? Tutto appariva bello ed interessante, ma, purtroppo, era un falso, si erano inventati tutto!

Per contrasto, da allora penso con rammarico ai tanti parchi archeologici, veri!, in Italia, che vivono negletti ed abbandonati: l’antica Compsa, nonostante tutti gli sforzi generosi dei giovani della pro-loco, docet: eppure esiste un progetto dell’arch Miche Carluccio di Conza che potrebbe dare agli scavi proprio quella dimensione funzionale e quell’eleganza europea di cui abbiamo bisogno, di cui ancora non si parla.

Non aggiungo altro per l’Italia, per carità di patria.

Vengo a Sant’Andrea per richiamare ai presenti il ruolo svolto da questo nostro paesino dal lontano 1977, anno in cui si inaugurò il teatro all’aperto presso l’Episcopio con l’indimenticato attore Bruno Cirino che mise in scena l’opera di altissimo impegno politico e civile Rocco Scotellaro, vita scandalosa di un giovane poeta.

Da allora ad oggi per quel teatro, diventato salotto buono estivo per l’intera Irpinia, è passato il meglio dello spettacolo italiano, non escluso il jazz e la musica moderna e contemporanea. Purtroppo, però, dopo 33 anni, ancora non siamo in grado di parlare di impresa culturale, nel senso proprio di capacità di produrre reddito ed occupazione, seppure saltuaria.

Per chiudere questa primo paragrafo, oggi siamo in pieno autunno e molto opportunamente siamo nell’ex Fornace Clemente Malanga. Oggi come nel 1995, quindici anni fa! Anche allora proponemmo alcuni appuntamenti autunnali, di astronomia. Non penso che abbiamo fatto molta strada, anzi quindici anni sono una gran quantità di tempo che non è facile recuperare, specie se, oggi come allora siamo ancora alle premesse, allora il mio pensiero è che quando si parla di attività culturali non si debba parlare più di singoli paesi, bensì di tanti quartieri di un’unica cittadina, l’Alta Irpinia, allargata almeno a Pescopagano e a Castelnuovo di Conza: solo insieme potremo sperare di farcela..Mi fermo qui.

L’arte contemporanea. Significati ed ambizioni

Ha detto il ministro Bondi in una intervista di agosto del 2008 al quotidiano La Stampa di Torino “Faccio fatica a trovare segni di bellezza nell’arte contemporanea: se visito una mostra faccio come molti, cioè fingo di capire. Ma sinceramente non capisco”

Ecco, penso sia giusto tenere in conto proprio questo punto di vista, perché se da un lato mostra quale sia il livello culturale di chi ci governa, dall’altro ci ricorda quanto sia difficile valorizzare un museo di arte contemporanea, poiché ad una mostra d’arte, in generale, lo spettatore non si può accostare solo utilizzando il proprio istinto estetico, bensì egli dovrà servirsi di un vero “gusto estetico” e quest’ultimo si forma attraverso la l’educazione e la formazione, scolastica e non solo.

Senza farla lunga, io credo che comprendere l’arte contemporanea implica prima capire che essa nasce dal tentativo di superare la crisi della modernità, ossia di andare oltre la delusione prodotta dalla scoperta che la ragione da sola non è in grado di farci pervenire alla verità assoluta, e, dunque alla felicità, come ritenevano, fino a fine ottocento, tutti quei fenomeni di pensiero razionalisti, dall’illuminismo al positivismo allo scientismo.

Al contrario, il pensiero filosofico di Nietzsche,di Freud, di Heidegger, per citare alcuni; la crisi dei fondamenti della matematica, della logica della fisica ( si pensi alla fisica dei quanti) in campo scientifico; il decadentismo in letteratura, l’impressionismo di fine ottocento e tutti gli artisti del novecento come  Picasso, Munch, Magritte, De Chirico Mirò nelle arti pittoriche, solo per citare i maggiori: tutti  questi autori e movimenti di pensiero sono la massima rappresentazione di ciò che chiamiamo cultura contemporanea e sono tutti caratterizzati dall’avere indicato nuove modalità di rappresentazione della realtà,  nuove forme di espressione del vero.

Per restare all’arte grafica e pittorica, si può dire che al disegno dal vero , praticato in tutte le scuole del mondo, gli artisti hanno contrapposto e contrappongono il “vero nel disegno”, per cui se della realtà non si dà verità assoluta bensì rappresentazione, essi danno della realtà una propria rappresentazione personale e, quindi, la loro verità: ecco perché gli oggetti prendono forme insolite, gli animali disegnati sono inesistenti, le unità di tempo e di spazio perdono di significato, in una stessa opera convivono sia il passato che il presente, e le strade di Londra si mescolano con palazzi che ricordano Parigi.

Ma, questo non avviene perché gli artisti non sanno disegnare, o disegnano come bambini, ad esempio.

Al contrario, essi posseggono la tecnica pittorica fino in fondo, ma essi si spingono oltre l’ordinario, sono alla ricerca del vero più intimo e personale.

Chi ha visitato il museo Picasso di Barcellona ha avuto modo di vedere l’evoluzione che portò il giovane talento da grandissimo ritrattista ad astratto cubista, come  quando dipinse nel 1957  Las Meninas di Velasquez  in oltre 20 modalità diverse, tutte apparentemente inafferrabili.

Credo che Bondi non possa capire l’arte contemporanea perché, forse, non ha visitato quel museo e, di sicuro, ignora quale fatica e quanta tecnica ci sia dietro il lavoro di un artista contemporaneo, quella fatica che fece dire a  Picasso: quando ero piccolo sapevo dipingere come Raffaello, mi ci è voluta però una vita intera per imparare a disegnare come un bambino.  

 

L’arte contemporanea degli artisti  armeni

Questa sera abbiamo il piacere di ammirare le opere del maestro Khachik Abrahamyan,  nato ad Erevan in Armenia nel 1960. Le sue opere sono davvero godibili, ricche di vitalità e di colori avvolgenti, con le figure femminili in primo piano, prevalenti, quasi a volere ricordare, anche per contrasto con la realtà perduta dell’Armenia distante, il profondo significato di donna portatrice di vita e di bellezza. I colori che egli utilizza esprimono una forte e gradevole tensione emotiva  con una non celata, anzi esibita, sensualità che rasenta l’erotismo. Una sua espressione molto sentita conferma esattamente quel che sostenevo prima a proposito dell’arte contemporanea come libera espressione dell’io dell’artista, e mostra in maniera evidente ciò che le neuroscienze hanno scoperto, ossia che la creazione artistica lungi dall’essere appannaggio del solo emisfero destro, della creatività, come si riteneva, coinvolge molti centri nervosi dei due emisferi, perché l’atto creativo non è solo immediatezza bensì è il risultato dell’intreccio più elevato tra emozioni, sentimenti e ragione. Egli, infatti, così si esprime.   

La pittura mi dà la forza, comprendo la vita attraverso di essa, con l’aiuto della pittura io guardo al mondo e il mondo parla a me, e quello è un mondo diverso nel quale ci sono particolari colori, tempeste fantastiche, passioni infinite e affetti; tutto ciò che non si può descrivere con le parole si può solo far vivere con la pittura.”

Per concludere, gli Armeni, com’è noto, sono un popolo dalla civiltà millenaria che si confonde con quella degli Assiri, però, essi hanno sempre subito violenze ed oppressioni, fino alla vera e propria diaspora seguita al genocidio del 1915 ad opera dei Turchi. Penso che nelle loro opere si rispecchi proprio questa loro sofferta memoria, ma al tempo stesso soprattutto nell’uso dei colori vivaci e vivi si esprime un non sopito ottimismo che in qualche caso perviene anche ad una manifestazione gioiosa: il loro proporsi assieme, oltre ad essere una espressione di sapienza vuole essere anche un monito, che travalica lo spazio ed il tempo, per la difesa in positivo dei valori di solidarietà e di identità di un popolo, validi anche per noi italiani, oggi a 150 anni da una Unità da molti messa in discussione e da tanti poco difesa. 

 

Il valore didattico e formativo per i giovani  di eventi artistici di questo tipo

Sono un uomo di scuola, Dirigente scolastico da quattro anni dopo essere stato insegnante nei licei per 27 anni. Ogni volta che mi trovo a vivere un’esperienza culturale esterna alla Scuola mi chiedo cosa ne pensano i nostri ragazzi, cosa accade  nella loro testa.

L’aspetto che più temo è una non risolta scissione tra ciò che imparano sui libri e ciò che vivono nella loro realtà quotidiana, col rischio reale di una loro sostanziale indifferenza a tutto ciò che li circonda.

Noi abbiamo il gravoso compito – oggi più di ieri – di far crescere in loro un amore vero per il sapere, per il bello, noi abbiamo la responsabilità di educarli al rispetto del mondo che ci circonda, della natura, dell’ambiente, della tradizione, della memoria storica del nostro passato, delle nostre vestigia dei beni ricevuti in eredità. Ed è una impresa quasi impossibile, perché mentre noi lavoriamo con difficoltà in questa direzione, altri, con ben più suadenti arti, impongono stili di vita e valori di segno opposto.

Quando dico noi, penso alla scuola in primo luogo, ma subito dopo io aggiungo tutta la società civile, a partire dalle Istituzioni, a finire alle associazioni ed ai privati. 

Ebbene, io credo che le conoscenze e le competenze apprese a scuola dai nostri ragazzi debbano vivere e trovare espressione nella realtà quotidiana, esaltare ed arricchire il territorio in cui vivono: una scuola forte rende ricco il territorio; al tempo stesso, il territorio deve vivere nelle aule scolastiche entrare dentro la quotidianità dei nostri ragazzi: un territorio stimolante e pieno di opportunità rafforza la stessa azione scolastica. Ecco perché sono così interessato affinché chi intende agire in un contesto territoriale possa coinvolgere innanzi tutto le scuole e, prime fra tutte, le scuole superiori.

Se poi teniamo in debita considerazione il fatto che, tra le scuole che dirigo, vi è l’Istituto d’Arte di Calitri, oggi liceo artistico, spero si capisca ulteriormente e bene perché ad un evento che propone una rassegna d’arte così originale non solo non potevo mancare, ma ho fatto di tutto per coinvolgere tutta la scuola in almeno una delle iniziative di questo programma.   

Conclusioni … molto provvisorie

Onore al merito di tutti quelli che hanno lavorato alla ideazione di questi incontri ed alla realizzazione di questa prima serata: elencarli sarebbe come la solito rischioso, poiché c’è sempre il pericolo di lasciare fuori qualche nome. Ma è ovvio che l’ing. Giacomo Tropeano a cui dobbiamo la presenza degli artisti qui a Sant’Andrea, e l’arch. Verderosa, l’amico Lillino, meritano un grazie particolare. Del resto, è stato proprio quest’ultimo, assieme all’arch. Michele Carluccio e al prof . Augusto Vitale, ad essere l’artefice dell’esistenza di questo spazio multiforme, come lo vediamo oggi, aperto alle innumerevoli possibilità delle iniziative culturali per l’intero territorio.

Ed è a lui, in primo luogo, che , richiamando anche quello che dicevo sul ruolo delle scuole, voglio dire che bisogna passare finalmente da eventi provvisori ad attività di tipo stabile, altrimenti si rischia di lasciare solo tracce del nostro passaggio, ma mai strutture, come invece amano fare gli architetti. Dobbiamo imparare a condividere, a mettere assieme le cose belle, che funzionano, come nel piccolo hanno fatto gli artisti armeni. Non c’è gelosia da coltivare, mai più guerre di campanile: nel 1979 si realizzò l’Estate culturale in Alta Irpinia, oggi non possiamo contrapporre Cairano a S.Andrea o, che so,  a Monteverde!

Allora se ricreiamo quello spirito io penso che possiamo, assieme, coltivare finalmente un grande sogno: fare dell’Alta Irpinia un intreccio di strutture ideative e culturali, a partire da questa ex fornace di laterizi che può divenire in breve tempo un vero e proprio Beaubourg, aperto tutto l’anno a tutte le espressioni artistiche di tutto il Mondo, seppure in piccolo: non più, finalmente, struttura di Sant’Andrea, ma contenitore di bellezze collocato in Sant’Andrea a disposizione del territorio.

Io penso che se vogliamo ancora sognare, ( siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni [Shakespeare], ma i sogni, spesso, finiscono all’alba [Eluard]) allora bisogna essere di nuovo in tanti a farlo: i sogni dei singoli sono destinati a diventare incubi, come è accaduto tante volte alla nostra generazione.

Coerentemente dovremo passare dai buoni propositi alle buone azioni ( best practices in inglese), e se non vogliamo accendere fuochi di paglia, allora è giunto il momento di osare e pensare in grande il ruolo della cultura in Alta Irpinia. E ciò automaticamente comporta mettere finalmente attorno ad un tavolo quelli che ancora vivono e lottano in questi paesi ( comuni, scuole, imprese, professionisti ecc) ma anche, una volta per sempre,  il passare dal volontariato culturale al fare impresa culturale, e mi riallaccio con le premesse,  con tanti giovani coinvolti anche con sufficienti possibilità di far reddito: in fondo, si parva licet, anche mettere su una mostra è un mestiere, anzi, oserei dire, un bel mestiere!  Grazie.

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Gerardo Vespucci è Dirigente Scolastico all’Istituto Istruzione Superiore A.M. Maffucci di Calitri _

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RACCOLTA degli altri contributi PUBBLICATI per COLORI D’AUTUNNO

Written by A_ve

3 novembre 2010 a 11:27 pm

Una Risposta

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  1. Un grazie particolare al preside Vespucci che ha reso possibile la partecipazione della sua scuola e per i progetti che cercheremo di avviare con i suoi studenti.

    agostino

    5 novembre 2010 at 1:23 pm


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