COMUNITA' PROVVISORIA

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Irpinia blues: verso una ruralità critica

metto qui un pezzo di Iain Chambers

sulla settimana di cairano. l’idea è che ognuno dei partecipanti, non solo quelli che sono venuti da lontano, ci mandi un suo testo. appariranno qui e poi potremmo fare un libretto.

°°°

Con gesto semplice ma profondo possiamo partire dall’idea di una nuova ruralità; una ruralità che ci permette di rivalutare radicalmente concetti abusati come ‘tradizione’ e ‘identità’ ed esporli a un movimento critico in cui il paesaggio acquista forme e possibilità diverse. Contro la sedimentazione di una ‘rivoluzione passiva’ composta da questi luoghi comuni, andrebbe spezzata quella continuità che promuove come destino storico e culturale una visione statica. Proviamo invece a entrare nelle pieghe della narrazione, a muoverci lungo le linee indicate dagli intervalli e dalle interruzioni che negano la banalità lineare dello storicismo, per proporre una diversa poetica (e politica) del tempo.

Una nuova ruralità critica che propone un senso discontinuo della storia invita a mandare in frantumi il vecchio dibattito costruito sull’opposizione fra ‘tradizione’ e ‘modernità’, e a trasformarlo in un altro linguaggio. Le tradizioni come luoghi di trasformazione, di traduzione e di transito stanno dentro la modernità, spesso trascurate, rimosse e negate, ma comunque lì presenti come l’inconscio. Per questo motivo, bisognerebbe smettere di pensare al Sud come oggetto per incominciare a pensare con il Sud come soggetto, forse subalterno, ma pur sempre parte integrante e attiva della modernità. In questa prospettiva diventa possibile entrare nelle pieghe del paesaggio per renderlo meno provinciale, meno statico, e dunque più aperto e libero. In tal modo i linguaggi subalterni della modernità riescono a proporre una modernità diversa, come nel jazz e negli intervalli blues della splendida musica di Pasquale Innarella (Pasquale Innarella, William Parker, Hamid Drake, live in the ghetto, 2008).

Invece di cercare la verità nelle solite spiegazioni sociologiche e storiche, possiamo metterci in ascolto della verità che viaggia nei suoni del sassofono di Pasquale. L’eccesso della poetica sovverte la logica strumentale della politica, e il corpo eccede la mente quando il tessuto del sentito culturale ‘parla’, e si fa custode di quell’opacità che devia e piega il desiderio di trasparenza, proponendo invece una modernità diversa, eterogenea, multipla e multilaterale.

In queste terre in mezzo al mare, le identità sono sempre in movimento, creolizzate come i suoni di Pasquale, sotto l’impatto di altre sponde, altre storie, altre culture, altri, altre. Tocchiamo e sentiamo una modernità migrante che fa parte della composizione in atto del Mediterraneo; un mondo sospeso e sostenuto da diverse reti rizomatiche: luoghi marcati da migrazioni (sia di ieri, sia di oggi), da movimenti e mutazioni.

Pensando al mare, partendo dal Mediterraneo per pensare con il mare a una critica marittima, nasce spontanea la domanda, quando le radici si trasformano invece in delle rotte, dei percorsi, rizomatici: chi, come, dove e perchè si mappano gli spazi, i territori per definire e gestire i luoghi? Si va a toccare, come sempre, l’intreccio perpetuo tra poteri e saperi.

La declinazione del rapporto fra tradizione e modernità, analizzata in una prospettiva gramsciana, diventa una questione dei rapporti di potere tra le subalternità e l’egemonia: una lotta per le prospettive negate  e i percorsi diversi. Come ha detto il grande poeta dei Caraibi Derek Walcott: ‘Ho incontrato la Storia una volta, ma non mi ha riconosciuto’.

E allora si evince che la nostra democrazia è stata storicamente spesso elaborata sulla negazione di democrazia e di diritti agli altri: ci troviamo più che mai davanti alla questione della democrazia e della sua qualità vivente. Il razzismo di ieri contro i ‘terroni’ e quello di oggi verso i Rom, i Sinti, la gente dell’Est e del Sud, e soprattutto i neri, sono espressioni strutturali di come si è fatto un mondo. Il razzismo, e la negazione del subalterno, non è una caratteristica individuale, è un dispositivo biopolitico di potere che sostiene la divisione e la conquista del mondo e svela il rapporto tra la precarietà nostrana e la volontà dei migranti attuali.

Sarebbe opportuno incominciare a raccogliere queste tracce per una consapevolezza nuova, che cerchi d’imparare dal Sud come ci suggerisce Franco Cassano (il Sud dell’Italia, del Mediterraneo, del pianeta), ascoltando le parti subalterne, lasciando a loro la possibilità di far risuonare e sondare il mondo.

Nel passaggio dal locale al globale, siamo invitati a riconoscere che ciascuno dei due poli dipende dall’altro. E’ una questione di misure: dove finisce l’uno e dove incomincia l’altro? L’impossibilità di dare una risposta netta ne sottolinea appunto l’intreccio. In queste geografie mobili i reticoli di rapporti piegano le distanze, proponendo prossimità e prospettive diverse, nuove, inaspettate. Cairano può ‘apparire’ contemporanemente in tanti luoghi e linguaggi diversi…

Qui dobbiamo riconoscerci nei nostri confini, nei nostri limiti, trovandoci ormai esposti a domande non autorizzate dai nostri linguaggi. Su questa soglia sarebbe opportuno elaborare un passaggio ulteriore. Come ha detto un critico indiano (Dipesh Chakrabarty), dobbiamo sprovincializzare le nostre tradizioni per poter appartenere a un luogo in modo diverso, probabilmente in modo più complesso e quindi più libero.

Penso allora che sia opportuno ripartire da una rivalutazione radicale di concetti chiave, come quello di ‘territorio’, o di ‘identità’, per poter riconfigurare il nostro senso della storia e della cultura come processi aperti, in atto, e non oggetti stabili e già preconfezionati nelle loro interpretazioni. Da qui si dovrebbe cercare di elaborare una responsabilità critica in grado di rispondere a questi processi in un mondo ormai senza riparo. Il paesaggio a questo punto diventa un archivio vivo, fluido e mobile, sempre in processo, che fornisce un intreccio di tracce e interstizi: una rete che può servire per pescare e catturare le cose, ma anche una rete piena di buchi che sono anche aperture che incoraggiano il movimento, il transito.

Gli spazi rurali sospesi in processi planetari, sebbene dominati dalla figura della metropoli, invitano a ripensare il paesaggio come uno spazio critico: non tanto qualcosa di già dato, ma qualcosa che si è prodotto ed è da venire in una serie di processi storici e culturali. Gli spazi sono sempre percepiti, concepiti e vissuti, e il mondo rurale non è mai omogeneo ma, a sua volta, è attraversato da diversi percorsi e desideri che rendono più confusa l’immagine statica e placida proiettata dalla vita urbana. Si tratta di un’eterotopia dinamica, di una ruralità critica. Qui, non sono le ‘soluzioni’ strumentali della politica, ma le problematiche viventi della cultura, che dovrebbero avere il primato.

Iain Chambers

(29 giugno 2010)

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Written by Arminio

3 luglio 2010 a 9:11 am

5 Risposte

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  1. Splendido pezzo di Iain Chambers, che dice in termini “altri”, vale a dire filosofici e di riflessione nutrita di cultura “musicale” e “politica”, cosa sia e può essere la “paesologia” e le trappole da rifuggire per non scadere nella “paesanologia”.

    Sottolineo in particolare questi passaggi : “Pensando al mare, partendo dal Mediterraneo per pensare con il mare a una critica marittima, nasce spontanea la domanda, quando le radici si trasformano invece in delle rotte, dei percorsi, rizomatici: chi, come, dove e perchè si mappano gli spazi, i territori per definire e gestire i luoghi? Si va a toccare, come sempre, l’intreccio perpetuo tra poteri e saperi.

    La declinazione del rapporto fra tradizione e modernità, analizzata in una prospettiva gramsciana, diventa una questione dei rapporti di potere tra le subalternità e l’egemonia: una lotta per le prospettive negate e i percorsi diversi.”

    “Nel passaggio dal locale al globale, siamo invitati a riconoscere che ciascuno dei due poli dipende dall’altro. E’ una questione di misure: dove finisce l’uno e dove incomincia l’altro? L’impossibilità di dare una risposta netta ne sottolinea appunto l’intreccio. In queste geografie mobili i reticoli di rapporti piegano le distanze, proponendo prossimità e prospettive diverse, nuove, inaspettate. Cairano può ‘apparire’ contemporanemente in tanti luoghi e linguaggi diversi…”

    “Penso allora che sia opportuno ripartire da una rivalutazione radicale di concetti chiave, come quello di ‘territorio’, o di ‘identità’, per poter riconfigurare il nostro senso della storia e della cultura come processi aperti, in atto, e non oggetti stabili e già preconfezionati nelle loro interpretazioni. Da qui si dovrebbe cercare di elaborare una responsabilità critica in grado di rispondere a questi processi in un mondo ormai senza riparo. Il paesaggio a questo punto diventa un archivio vivo, fluido e mobile, sempre in processo, che fornisce un intreccio di tracce e interstizi: una rete che può servire per pescare e catturare le cose, ma anche una rete piena di buchi che sono anche aperture che incoraggiano il movimento, il transito.”

    Detto in altri termini, è ciò che va poeticamente elaborando Franco Arminio con la sua “paesologia”. Il poeta e lo scrittore “riflette, urla, dice e agita” lo stato delle cose. Sta a chi “vive in questo stato delle cose” prendere coscienza “di ciò che è” e mettere in moto se stesso per modificare lo “stato delle cose”…

    Questa è la evidente conseguenza della riflessione di Iain Chambers e dell’insistente “urlìo” poetico di Franco Arminio.

    Dunque né masturbazioni mentali né mistici ginnasi nè paesanologie, ma attiva e consapevole partecipazione all’accelerazione dei processi positivi, agendo da freno su quelli devastanti e negativi. Ciascuno come può e con quel che può. MA NELLA CHIAREZZA DEL DIBATTITO.

    Questo è il punto ineludibile. Lo vogliamo affrontare?

    Salvatore D'Angelo

    5 luglio 2010 at 10:23 am

  2. caro salvatore
    in effetti questo pezzo di chambers merita molta attenzione. spero vivamente che i comunitari lo abbiamo letto.

    Arminio

    5 luglio 2010 at 7:52 pm

  3. Caro Franco, lo spero anch’io, e suggerisco di riprendere e ripostare il pezzo di Iain, perchè effettivamente è ricco di spunti e merita grande attenzione. E comunque mi pare che l’articolo di Generoso PICONE rilanci in termini squisitamente di “proposta politica” (nel senso più alto e nobile dell’accezione) ciò che dice Chambers in questo passaggio ““Penso allora che sia opportuno ripartire da una rivalutazione radicale di concetti chiave, come quello di ‘territorio’, o di ‘identità’, per poter riconfigurare il nostro senso della storia e della cultura come processi aperti, in atto, e non oggetti stabili e già preconfezionati nelle loro interpretazioni. Da qui si dovrebbe cercare di elaborare una responsabilità critica in grado di rispondere a questi processi in un mondo ormai senza riparo.”

    Sì, mi auguro che il testo di Iain, opportunamente ripreso, magari brano per brano (perchè ciascuno di essi è uno spunto ), accenda una proficua discussione.

    Salvatore D'Angelo

    5 luglio 2010 at 10:41 pm

  4. sono d’accordo

    Iside

    6 luglio 2010 at 12:19 pm

  5. condivido molte delle riflessioni di Chambers, soprattutto la sue visioni di “ruralità critica” e di “modernità migrante” e di centralità della cultura, che sento molto vicine.
    lo ringrazio per aver dato il via alle “scritture da cairano”.
    sarebbe bello se i comunitari, e i lettori in generale, dicessero la loro su scritti come questi.
    e.

    eldarin

    7 luglio 2010 at 9:14 am


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