COMUNITA' PROVVISORIA

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Cartoline dai morti …..da paolo ad atripalda

 In libreria dal 4 novembre – La vita vista da dietro, dalla morte, si riduce a poche cose: una luce sul comodino, un barattolo di caffè, un maglione verde, le prime rose, una torta di compleanno, un solitario, le rondini che fanno avanti e indietro, una donna sconosciuta… In 125 racconti, ironici e fulminanti, Franco A…rminio ci dà il resoconto dei tanti modi di morire inviandoci cartoline da un posto sconosciuto, spedendoci di volta in volta un soffio impercettibile, una leggera pena, una vertigine, una sorpresa. Un nuovo, concentrato Spoon River.

 ….19.30, hotel civita, atripalda, (ospiti del comunitario paolo bruschi)lettura delle cartoline dai morti     di franco arminio      insieme all’autore legge elda martino

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Written by Mercuzio

2 novembre 2010 a 10:16 am

Pubblicato su AUTORI

17 Risposte

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  1. ci vediamo il 4 alle 19 ad atripalda, hotel civita, luogo messo a disposizione della CP da Paolo Bruschi.

    verderosa

    2 novembre 2010 at 11:14 am

  2. Pure io,sì pure io.

    E’la cartolina finale, quella che suggella questo piccolo grande libro. La sua cifra: massima sottrazione, massima espressione. Folgoranti piani sequenza dove ciascun personaggio dichiara il proprio esistere nell’attimo in cui dissolve, come aleggiando da un immediato dopomorte.

    Nell’ora fatale ciascuno, come per uno squarcio di luce improvvisa, mostra la ferita della propria esistenza,in un tragico, grottesco – e a volte drammatico – susseguirsi di microstorie suggerite in una frase, una parola.

    Una nuova forma-romanzo, direi. Scarnificata dalle strutture, ridotte a orpelli altrove.

    Il romanzo poetico di una nuova Spoon River.Una Spoon River che non ha il desolato rimpianto del testo di Lee Masters, ma l’asciutta evidenza delle istantanee e un humor nero appena rattenuto, il segno d’un Arminio che, rispetto a “Circo dell’Ipocondria”, ha fatto passi da gigante nel personale sforzo di dar vita artistica compiuta ai fantasmi dell’ipocondria.

    Per dirla con Fabio Nigro, un Arminio che la morte se la mette in tasca. Da quell’intemporale “dopomorte” che è la vita e la forza dei personaggi di queste CARTOLINE.

    Da leggere.Imprescindibile.

    Salvatore D'Angelo

    2 novembre 2010 at 11:40 am

  3. il comunitario paolo bruschi…
    sembro uno di una setta, una consorteria, un ordine monastico, una loggia, la Comunità dell’Irpinia di Oriente del Gran Maestro …
    No, non sono comunitario: non mi iscriverei al circolo che mi accettasse come socio.
    Sono oltre, sono extra…
    Ecco. Sono extracomunitario.

    paolo

    2 novembre 2010 at 11:50 am

  4. siamo tutti extra, ovviamente….
    oggi sono due uscite due belle recensioni al libro, una sull’avvenire e l’altra sul corriere del mezzogiorno.
    direi che potrei essere contento, ma arminio è sempre oltre, è questa la mia grazia e la mia disgrazia.
    caro salvatore, acquirente a caserta di ben cinque copie,
    è per gente come te che ha ancora senso pubblicare libri….
    da paolo dopo le cartoline possiamo parlare un pò degli impegni che ci aspettano, a partire dal parco…
    io sto lavorando a un video sul terremoto, vorrei presentarlo intorno al venti.

    Arminio

    2 novembre 2010 at 12:56 pm

  5. Non posso proprio mancare … Ho già scon fi gu ra to la mia moto del tempo …. Morire prima per non morire… Uaoo

    nanosecondo

    2 novembre 2010 at 4:37 pm

  6. Qualche anima gentile ……potrebbe pubblicare su questo Blog le varie recnsioni e contributi di questo bellissimo libro!!!!
    Non siamo timidi ed avari :’gaudeamus igitur!’….. questo è un bel e felice momento per tutti noi ….irpini ,non solo per franco.
    mauro orlando

    mercuzio

    2 novembre 2010 at 5:49 pm

  7. Caro Mauro ecco la recensione di FULVIO PANZERI su AVVENIRE del 02 novembre.

    178 modi di morire: è la «Spoon River» a sorpresa di Arminio

    DI FULVIO PANZERI

    È singolare questa riflessione narrativa sul senso della morte che ci propone lo scrittore e poeta Franco Arminio, perché traccia un percorso in cui viene raccontata «la morte vera», quella che viene affrontata quotidianamente, quella che non fa notizia, che coglie all’improvviso o si porta dietro il tempo della sofferenza. È una vera sorpresa in tempi come questi dove, invece di essere affrontata per quello che in realtà è, la morte è sottoposta a una continua esorcizzazione e mercificazione, al punto che la cronaca di un delitto viene deviata verso una fiction

    in cui tutto sembra finto. La morte è un’altra cosa: è quella che ci racconta Arminio attraverso questi 178 micro-racconti, ognuno dei quali porta alla luce la voce di una persona che racconta la sua morte. Arminio regge, in un’alternanza di misura poetica, beffarda ironia della sorte e fulminante flash narrativo, questo attraversamento di tanti istanti in cui la morte coglie a caso, in un simbolico vuoto di dimensione spazio-temporale. La morte può essere una beffa, tanto che un uomo che ha sempre pensato di morire di notte, muore a mezzogiorno, mentre alla tv comincia un programma di cucina o può raccogliere in sé un’istantanea di poesia: «Uscendo dal bar ho sbagliato strada. Il vento era fortissimo e nevicava. Il cuore si è gelato sotto il cappotto». Può non avere importanza per un uomo che si racconta in un selvatico ritratto: «Io sono uno di quelli che sulle lapidi hanno i baffi lunghi, arricciati alla fine. Non me lo ricordo neppure di cosa sono morto»; o può diventare un’agonia: «Il prete era già venuto un sacco di volte.

    Tutto era pronto ma alla fine non riuscivo a morire. È andata avanti così per un anno. Quando è successo veramente non c’era nessuno ». Può essere la morte causata da un tumore al cervello o quella in un incidente stradale: è sempre però guardata negli occhi, non per sfidarla, ma per capirne il senso. È la morte dalle mille facce, che coglie tutti di sorpresa e inverte speranze e immaginazioni fatte in vita. È la morte per malattia o quella che non si annuncia e arriva, definitiva, da un momento all’altro. Arminio riesce a scrivere un personalissimo «Spoon River», sostituendo la costruzione poetica con una forma narrativa che simula una sorta di epitaffio, che sembra derivato da lapidi di cimiteri nascosti. Ognuna contiene quel senso della «polvere », proprio della natura umana di cui parla il Qoelet. È la morte come finitudine e come dimensione della cenere dei corpi a emergere da queste «cartoline». Quella stessa che vibra in un’atmosfera alla Chagall: «Era un giorno d’autunno e in piazza c’ero solo io. Tenevo stretto il bastone tra le mani. Il vento veniva da ogni parte. Mi ha sollevato in cielo assieme alla panchina».

    Franco Arminio

    CARTOLINE DAI MORTI

    Nottetempo. Pagine 138. Euro 8 ,00.

    david ardito

    2 novembre 2010 at 9:28 pm

  8. Negli antichi miti greci il nostro corpo, privo di vita, riveste la forma di una realtà a due facce: una è la psyché termine da collegare con psýchein “respiro, soffiare”, inconsistente, invisibile, inafferrabile, fantasma, sogno, ricordo ad immagine e somiglianza del corpo ma pur sempre ombra, quindi vuoto, evanescenza; L’altra è il kolossós (pietra grezza non iconica) che invece si presenta compatto, duro, massiccio, presente e che, al contrario della psyché, non ci rimanda l’immagine del corpo vivente ma il suo essere di altra natura, la sua non-forma, la sua assenza.

    Il desiderio però ad un certo punto prende corpo e potrebbe essere rappresentato dal rinascere con migliori speranze?
    Questo passaggio è quindi una “riflessione” sulla morte cercandola, e della possibile rinascita. E’ un percorso che va oltre il disfacimento fisico del proprio corpo (perché per il clown il corpo è tutto in tutte le sue forme) intesa quindi non soltanto come morte fisica ma anche, e soprattutto, come “morte sociale” come crisi della speranza.
    Morte sociale come abbandono di uno stato sociale, appunto, per passare ad un altro più evoluto, attraverso un percorso di meditazione corporale che diventa esso stesso rito e mito, per ognuno. La morte è quindi (in questo caso) una specie di prolungamento della vita.

    In effetti nei vocabolari più antichi il concetto di morte non esiste : se ne parla come di un sonno, di un viaggio, di una nascita, di una malattia, di un incidente, di un sortilegio, di un ingresso nella dimora degli antenati.
    Il Clown come il bambino non ha coscienza della morte. Per lui un secondo o mille anni è la stessa cosa. E, quando noi creiamo la coscienza del nostro individuo del “sé” (con l’accento) che diventiamo mortali. Per questo il Clown è un “se” senza accento perché è un andare verso, un “se” non statico, non mascherato, ma dialettico: “emozionato” non nella paura ma nella gioia, nell’ironia. Egli si prende gioco di “se” di quello “io sono” che resta ancorato per tutta una vita a false credenze. Quindi ogni uomo , contro ogni “buona regola” non deve diventare quel cadaverico, rattrapitico adulto che è, ma prodursi sempre con spirito gioviale di fanciullo.

    La sua stessa vecchiaia non deve necessariamente essere una triste stagione d’inarrestabile decadenza, ma l’estremo limite della sua gioventù. La nostra gioventù che dura tutta la vita, come il ricordo indelebile del saluto da lontano di noi stessi, che si legge nelle “cartoline dei morti”.

    L’ironia delle cartoline dei morti di Franco Arminio, a mia opinione ci riconduce a riflettere sulla nostra vita, spingendoci a prolungare la nostra infanzia, attraverso proprio la rappresentazione della “nostra morte” in maniera cosi fortemente “auto ironica” (da scombisciarsi dalle risate) che ci fa scoprire d’un tratto come abbiamo perso molte occasioni per venirci incontro a volte anche con “ironia”.

    Spero che la stessa coscienza della morte, così rivalutata, dalla nostra capacità residua di auto ironia ci possa cosi farci sentire “immortali” e nasca così in questa fase una vita per ognuno senza più creare angosce e paure.

    La stessa consapevolezza che la morte è un pezzo della nostra vita, vivendo in gruppo, come noi nella nostra comunità provvisoria, ci dovrebbe spingere ad augurare a tutti noi, attraverso l’amore, di rientrare nell’utero materno per farci rinascere tutti nella gioia.

    In questo credo che oggi siamo tutti un po’ facilitati perché: la terra incinta!

    E, qui “eros” diventa non più conflitto e lotta di conquista e di sopravvivenza ma ci prepara per “il ritorno”.

    La “psicologia” della nostra “comunità provvisoria” o meglio di una nuova comunità che superi lo stesso concetto di dualismo (architetti contro poeti; clown contro architetti; architetti contro archeologi; filosofi contro l’angelo, etc etc..scusate il raffreddore…ma ci sono molte “escursioni termiche”) ci può far superare a tutti (spero) l’ossessione della morte e con essa lo stesso bisogno di “ritornare” nell’utero materno, perché cosi possiamo nascere da “se” e così diventare padri e madri di noi stessi.

    Il principio del piacere di Freud guida l’uomo verso l’infanzia; il principio di potenza lo guida nell’adolescenza mentre la volontà del significato e dell’immaginazione verso l’uomo intero.

    Ad esempio il piacere è un effetto collaterale della relazione di un compito. Esso si realizza però nella maniera più autentica solo quando si realizza un significato un senso e non un obiettivo di volontà o di piacere e basta. Quindi dovremmo percepire anche l’ironia delle “cartoline dei morti” come nuova ricerca di senso della nostra “comunità provvisoria”.

    Ritornando all’argomento “psicologia della comunità e paura della morte”, se ogni nevrosi è un tentativo regressivo di riconciliarsi con l’ambiente, allora lo stesso suicidio (morire prima per non morire) – diventa una forma più estrema di rottura, di fuga dalle “tradizioni” (false credenze) senza nessuna possibilità più di ridere della propria vita – rappresenta al tempo stesso la più alta, disperata, forma di riconciliazione con il mondo e con se stessi e quindi un prolungamento “tradotto” della vita.

    Credo che le “cartoline dei morti” intervengono ora, e mai come in questo momento, a “prendersi cura autentica” (Heidegger) di se stessi, anticipando con ironia la stessa illogicità della morte e come non possiamo più perdere occasioni per incantarci davanti alle bellezze del mondo, è per questo, vale – in ogni caso – sempre e comunque vivere la vita, con ironia e gioia.

    La nostra “comunità provvisoria” così fa i conti anche con certi fenomeni di “suicido” e/o “morte sociale” a cui tante volte ci siamo appellati disperatamente, e di come è oggi possibile, guardando il mondo con altri occhi, abbandono una forma arcaica di “stato sociale” comprendere le nostre incapacità ad affrontare il passaggio, dalla “tradizione” alla “traduzione”, riproducendo qui finalmente una “permanenza provvisoria” su quello “stato di margine” ai confini tra cielo, terra e quel che ci sta in mezzo del museo dell’aria di Cairano e come oggi io clown Nanosecondo possa vivere semmai con permanenza il lutto, nel tabù della morte comunitariamente provvisoria.

    Crisi? Morte = separazione; rito = margine; risoluzione/rinascita = reintegrazione.

    Urge una rinascita o meglio un ritrovarsi che possa far incontrare i nostri bambini, il nostro “bambino interiore”. “Neotenia”= crescere restando giovani credo che sia ancora possibile! Questa teoria scientifica individua nella specie umana una prolungata permanenza in età adulta delle caratteristiche infantile, e grazie a questa cosa che posiamo “tradurre” le “tradizioni” in: curiosità, immaginazione, flessibilità, tolleranza, adattabilità, desiderio di amare, ma cosa più importante di tutte, desiderio di giocare, apprendere, scoprire sempre cose nuove, e come a questo punto la password per evitare tutti gli “spam” sia la nostra “immortalità”, in poche parole : ridere di se!

    Ecco credo (e per questo scrivo) che il libro “cartoline dei morti” che Franco ci ha donato a tutti noi è anche la nostra occasione di essere “provvisoriamente immortali”.

    Anche per questi motivi e per altri ho introdotto nell’esperienza formativa della nostra associazione RNCD di “Clown Dottori” …“Alla ricerca del tuo clown ….ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso” la lettura delle cartoline dei morti di Franco Arminio.

    Insomma, credo che ogni atto creativo passi attraverso una crisi “una morte”, vista con l’ironia del clown.

    Grazie di cuore a Franco, Nanos

    nanosecondo

    2 novembre 2010 at 9:40 pm

  9. oggi ho ordinato per imiei amici desenzanesi ,…..”soggetti smarriti” ben 10 copie del libro ma il mia rammarico è non poter essere tra voi ospite dell’amico prima che sarcastico ‘extracomunitario’ Paolo… e pensare che mi aveva riservato …ca va pour dire….la reale suite pur sapendo che deteste le ‘monarchie’ anche quelle populiste……con invidia e amicizia
    mauro e edda

    mercuzio

    3 novembre 2010 at 1:32 pm

  10. non è una recensione, che non sono in grado di fare perchè non conosco la critica letteraria. è solo un doveroso omaggio a un libro che ha il coraggio, oggi, di parlare della morte, di farla protagonista. non la morte disgrazia, l’evento eccezionale, ma la morte di tutti, la normalità del limite finale. non come dice avvenire, per cercarne il senso, ma per centralizzare la solitudine che è tutt’uno con la morte. quindi la morte come orizzonte quotidiano, in linea con platone, che dice che la filosofia è la meditazione sulla morte, dippiù di platone perchè è la vita stessa una meditazione sulla morte

    sergio gioia

    3 novembre 2010 at 2:12 pm

  11. PUBBLICATO ANCHE SUL NOSTRO BLOG E FATTO GIRARE SUL NOSTRO GRUPPO FACEBOOK E ALTRI…

    http://radunonazionaleclowndottori.blogspot.com/2010/11/cartoline-dai-morti.html

    nanosecondo

    3 novembre 2010 at 6:28 pm

  12. grazie di cuore a tutti i comunitari presenti ieri sera ad atripalda
    e grazie a paolo
    raro esempio di imprenditore attento alla cultura.

    i miei 128 morti spero che abbiano qui una casa piena di affetti.

    arminio

    5 novembre 2010 at 9:59 am

  13. “Raro esempio di imprenditore attento alla cultura”.
    Come epitaffio preferisco “non pregate su questa tomba per favore”.

    paolo

    5 novembre 2010 at 10:58 am

  14. hai ragione, è che sono sfinito…..
    troverò parole migliori per te….
    mi sento sotto le macerie da anni, è da anni che ho una trave sullo stomaco
    e una sulla testa….

    Arminio

    5 novembre 2010 at 11:22 am

  15. caro Franco, nel prossimo libro fai testimoniare anche qualche ‘cristiano’; un mondo fatto solo di atei è poco credibile; anche la letteratura che ne deriva è meno bella.

    verderosa

    5 novembre 2010 at 11:58 am

  16. è un problema che non mi sono posto, caro angelo
    ed è un’osservazione di cui tenere conto.
    comunque quasi tutti i morti di cui parlo sono cristiani, per il mondo da cui provengono e nel libro s’intuisce il mondo da cui provengono.
    comunque la morte è scandalosa, credo che lo sia anche per i cristiani. tranne qualche eccezione, non credo che chi crede in dia sia pacificato rispetto all’idea di dover morire.

    Arminio

    5 novembre 2010 at 1:03 pm

  17. Le cartoline avranno lunga vita…
    volevo ringraziare Franco per questo libro, che è l’esempio di cosa debba essere la letteratura, necessità, ossessione di scrivere, di esporre se stessi e la proprie visioni del mondo ( qualunque esso sia, quello dei cosiddetti vivi, e quello dei così definiti morti).insomma, mai mestiere…nonostante la fatica durissima e perenne che comporta.
    e grazie a tutti quelli che c’erano ieri sera, nuovi e vecchi amici.
    e grazie a Paolo, un’ospitalità squisita, esemplare e, come sempre, elegantemente non esposta.
    se vorrete, vi aspetto a grottaminarda oggi pomeriggio.
    e.

    eldarin

    5 novembre 2010 at 1:09 pm


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